World can be hostile;

New York | anni fa


Margaret l'aveva detto che non mi sarei trovata bene, qui. Disse che al mondo non dovrebbero esistere città così grandi da non poterne uscire semplicemente camminando e in questa città non puoi nemmeno raggiungere il quartiere più vicino, semplicemente camminando. Disse che mi avrebbe inghiottita, nel fumo grigio che sbocca dalle grate ai lati dei marciapiedi quando, in Inverno, fa un freddo umido e appiccicaticcio che sa di smog e sporcizia. Disse che mi avrebbe divorata, nella vorace morsa di denti fatti di individui senza scrupoli, viscidi, pronti a tutto. Persone che non conoscevo, a cui non ero abituata, che avrebbero scoperto i miei segreti per usarli contro di me. Disse che mio padre poteva essere uno di loro, sciocchezze. Disse che, dopo tutti questi anni, non mi avrebbe nemmeno riconosciuta, stupidaggini.
Il mondo è un posto ostile, Aslaug. Lo ripeteva in continuazione, come un mantra.
Il mondo è un posto ostile.
Avevo già un piede fuori la porta di casa e la borsa stipata delle poche cose che potessi chiamare soltanto mie quando provò a farmi cambiare idea, a convincermi a restare lì. Luleå. Casa. 

No. Non m'interessa quanto ostile può essere questo mondo: io ho un sogno, uno scopo.
Gli occhi di mio padre mi osservano dall'alto, mi scrutano, studiano la donna che sono diventata, lo sguardo famelico dei suoi avversari che pendono dalle mie labbra. Sono occhi eccitati, felici, pieni di orgoglio.

È orgoglio, vero?

Commenti